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Mostra: NEL GIARDINO DELLE ESPERIDI
Palazzo Trentini dicembre 1999

 La mela e i pittori della Cerchia

(Di Franco de Battaglia)

 

....ed ecco allora la scelta di un gruppo di pittori di continuare ostinatamente a scegliere la pittura (fatta di materia, di linee disegnate usando le mani, gli impasti della terra, i colori della natura, non succubi di scorciatoie ora tanto diffuse da divenir stucchevoli, non autoappagati dal manipolare pellicole impressionate dall’otturatore fotografico) per esprimere la vita, per rilanciare la vita, per riproporla come messaggio da seguire nella sfida fra bene e male, fra conoscenza responsabile ed aggressività. Ecco la voglia di avere coraggio, di rimettersi in discussione, di dialogare fra tradizione e futuro , dentro la comunità. Ecco, attorno a questo tema centrale, la scelta di uscire dal narcisismo stanco, barocchistico, che si esaurisce in un momentaneo stupore, per ritrovare invece un nuovo patto fra l’arte e la cultura, per riprendere un discorso di comunicazione fra le generazioni, per riportare dentro la tela, un altro protagonista del fare arte, essenziale come il pittore e la sua mano: il cuore e la mente di chi guarda.

 

Questo del resto è stato l’obiettivo dei pittori de La Cerchia fin dal loro primo ritrovarsi: una voglia di stare insieme perché le cose da dire sono tante, con l’orgoglio del proprio lavoro, ma anche con l’umiltà – che è saggezza e conoscenza – di capire che artisti e pittori non possono trarre arte dalla loro solitudine , dall’isolamento. Solo sterilità e angoscia viene da questo. Guai se la pittura non sa recuperare la sua antica dimensione di mestiere: che vuol dire essere utili a chi guarda, l’ammira, vi cerca nuove idee e riferimenti. I pittore de La Cerchia ci hanno provato. Hanno aperto una strada. Questa mostra in sostanza vuol dire una cosa: la pittura non la fanno solo le Gallerie, i Musei che invitano i nomi famosi del mercato: la fanno ancora uomini con il pennello in mano, che hanno l’umiltà di scendere nelle strade, nelle campagne, nelle piazze e nei viottoli, a vedere gli antichi colori della creazione, i segni dell’uomo, le nuove ferite della modernità. E propongono, con i loro segni e i loro colori, un nuovo modo di vederne il labirinto, il groviglio, assieme alle occasioni e alla potenzialità.

Al fondo l’obiettivo, la meta, sono sempre gli stessi: arrivare ad una vita più intensa, più bella , lasciando la morte dentro il suo vortice, dentro il gorgo che può ghermire l’uomo ma non sconfiggerlo: come Ercole nel Giardino delle Esperidi, come Adamo col suo lavoro quando, dopo la caduta, riprende a sollevare la vita, così come Atlante, con le sue spalle e la sua fatica quotidiana, tiene alto il mondo, chè non precipiti nell’Ade. La vera immortalità dei pomi dorati, nei giardini del mito e del destino umano, è questa.